Una sedia sembra un oggetto pieno: la guardiamo e vediamo gambe, seduta e schienale. Air Chair di Jasper Morrison, datata 1999 nel suo archivio, invita invece a pensare anche al vuoto. È una sedia in polipropilene realizzata in un solo pezzo per Magis, usando lo stampaggio assistito da gas. Il nome non significa che il proprietario debba gonfiarla. L’aria appartiene alla storia della fabbricazione, non a un rituale da ripetere prima di sedersi. [1]
Morrison racconta che il punto di partenza fu un campione di tubo plastico ottenuto con quella tecnologia. La struttura nacque ragionando dalle gambe verso l’alto, insieme a superfici più sottili per seduta e schienale. Nel processo, il gas spinge la plastica contro le pareti dello stampo e lascia cavità interne nelle parti più voluminose. Una zona tubolare e una superficie sottile possono così appartenere allo stesso pezzo, senza essere parti montate successivamente. [1]
La scheda della National Gallery of Victoria descrive le gambe cave e le superfici sottili dell’esemplare conservato, prodotto nel 2015 da un progetto del 1999. Distinguere queste date evita un piccolo equivoco: l’anno di un oggetto museale non coincide sempre con quello dell’idea. Il museo registra inoltre polipropilene e fibra di vetro. Sono informazioni sull’esemplare e sul processo; non vanno trasformate in percentuali inventate di risparmio o in una certificazione ambientale dell’intero prodotto. [2]
Immaginiamo, come esercizio redazionale, due sagome identiche viste dall’esterno. Una potrebbe nascondere una sezione piena, l’altra una cavità. La silhouette non basta a raccontarne la costruzione. Questo esempio non dimostra che qualsiasi tubo sia adatto a reggere una persona: spessori, materiale e geometria devono essere progettati insieme. La scoperta interessante è proprio questa. Il vuoto non è necessariamente materiale dimenticato; può essere una scelta che il progetto organizza, pur restando invisibile nell’uso normale. [1][2]
Nel suo resoconto, Morrison distingue la relativa fluidità dello sviluppo formale dalla complessità dello stampo, ingegnerizzato da Luca Scoti. La semplicità che vediamo, quindi, non equivale a un lavoro semplice dietro le quinte. È una lettura utile anche lontano dal museo: prima di chiamare un oggetto banale, possiamo domandarci come è stato fatto. Una superficie tranquilla può essere il punto d’arrivo di molti vincoli risolti. Il progetto non deve per forza mostrarli tutti sul proprio volto. [1]
Da portarsi viaGuarda il raccordo fra una gamba e una seduta: dove immagini continuità, giunti o cambi di spessore? Osservare non richiede smontare.
Un’idea, in parole semplici
Jasper Morrison progettò Air Chair nel 1999. La sedia viene realizzata per Magis in un solo pezzo di plastica, con una tecnica che usa gas durante la fabbricazione. Il gas spinge la plastica contro lo stampo e permette di lasciare alcune parti cave. Le gambe sono cave, mentre seduta e schienale sono sottili. Non è una sedia da gonfiare a casa. Immagina un tubo accanto a una barra piena: dall’esterno possono sembrare simili, ma dentro sono diversi. Questo esempio è della redazione, non una prova di resistenza. La forma e gli spessori devono essere progettati con attenzione. Anche una sedia dall’aspetto semplice può richiedere un lavoro tecnico complesso. [1][2]
Una piccola scoperta da tenere
Che cosa hai scoperto?
Leggi le fonti (2)
- Air Chair, 1999 Jasper Morrison · consultata il 27 ott 2026
- Creating the Contemporary Chair: Air chair, p. 37 del PDF National Gallery of Victoria · consultata il 27 ott 2026
Testo e illustrazione originali realizzati con assistenza AI. Il nostro metodo editoriale
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