Quando sullo schermo compaiono i nomi degli attori, la storia può essere già cominciata. Il designer statunitense Saul Bass lavorò proprio su questa possibilità: trasformare i titoli cinematografici in un ingresso nel film. L’Academy conserva il suo archivio e ricorda una produzione che comprende anche manifesti, marchi e cortometraggi. Il problema progettuale che ci interessa è semplice: come preparare un’atmosfera senza raccontare tutta la trama? [1]
Il British Film Institute descrive le linee animate di The Man with the Golden Arm, del 1955, e le spirali di Vertigo, del 1958, realizzate con l’animatore John Whitney. Una forma acquista senso anche dal modo in cui si muove. Lo stesso istituto sottolinea il contributo creativo di Elaine Bass nelle collaborazioni successive: non tutto ciò che associamo a un nome famoso nasce da una persona sola. Qui l’attribuzione conta quanto il disegno. [2]
Un altro indizio è conservato dallo Smithsonian: il manifesto Bass on Titles, datato 1977 e attribuito a Saul Bass e al suo studio. La scheda descrive strisce di pellicola affiancate con un’immagine ripetuta. Possiamo usarlo come punto di partenza per una domanda nostra: quando ripetiamo una figura, stiamo soltanto occupando spazio oppure stiamo suggerendo durata, attesa e cambiamento? Un oggetto d’archivio può far partire un esperimento, senza diventare una ricetta da copiare. [3]
Ecco l’esperimento della redazione. Inventiamo un piccolo film su un bambino che cerca una chiave smarrita. Invece di disegnare ogni stanza, ritagliamo tre rettangoli di carta e un cerchio. Li spostiamo su un tavolo: prima lentamente, poi con pause irregolari. Fotografiamo ogni posizione. Chi guarda potrebbe immaginare una ricerca tranquilla oppure affannosa. Sono ipotesi da provare, non una sequenza autentica di Bass e nemmeno un significato garantito. [2]
Ora cambiamo una sola scelta: lasciamo ferme le forme e muoviamo soltanto il cerchio. Chiediamo a un amico di raccontare quello che ha percepito prima di spiegargli la nostra intenzione. Se vede tutt’altro, annotiamo la differenza. Non serve convincerlo che ha guardato male. Per il nostro laboratorio è più utile capire quale scelta visiva ha prodotto quell’impressione e se vogliamo mantenerla. Il pubblico non legge automaticamente le note che abbiamo in testa. [3]
Il limite dell’esercizio è importante: poche forme non rendono ogni progetto chiaro. Abbiamo scelto un problema minuscolo, con un solo oggetto da cercare. Se aggiungiamo personaggi, luoghi o istruzioni, dovremo valutare di nuovo ciò che manca. La lezione che proponiamo non è imitare un manifesto celebre, ma scegliere cosa far vedere, quando farlo vedere e quanto tempo lasciare allo sguardo. Anche un inizio merita un progetto. [1]
Da portarsi viaScegli una storia inventata e raccontane l’atmosfera con tre forme. Poi chiedi a qualcuno che cosa ha capito: il confronto fa parte del progetto.
Un’idea, in parole semplici
Saul Bass progettava immagini per il cinema. Tra i suoi lavori ci sono i titoli: le sequenze in cui leggiamo chi ha realizzato il film. Usava anche forme semplici in movimento per introdurre una storia. Lavorò con altri creativi, fra cui Elaine Bass. [1][2]
Proviamo un esempio inventato dalla redazione. Devi raccontare una chiave che non si trova. Ritaglia un cerchio e tre rettangoli di carta. Sposta il cerchio fra i rettangoli e fotografa le posizioni. Prima fallo lentamente, poi più in fretta. Chiedi a un amico che sensazione gli danno le due versioni. Le stesse forme possono suggerire cose diverse quando cambia il movimento. Non esiste però una risposta uguale per tutti: ascolta ciò che ha capito il tuo amico. [2]
Una piccola scoperta da tenere
Che cosa hai scoperto?
Leggi le fonti (3)
- Saul Bass Collection Academy of Motion Picture Arts and Sciences · consultata il 28 set 2026
- Celebrating Saul Bass’s centenary: 10 essential title sequences British Film Institute · consultata il 28 set 2026
- Bass on Titles Cooper Hewitt, Smithsonian Design Museum · consultata il 28 set 2026
Testo e illustrazione originali realizzati con assistenza AI. Il nostro metodo editoriale
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