FilosofiaApprofondimento

Wittgenstein: che cosa hanno in comune i giochi?

Carte, palloni e sfide solitarie aiutano a capire una proposta filosofica: alcune somiglianze si intrecciano senza un unico tratto comune.

Tre persone discutono davanti a una scacchiera, un pallone e carte; dietro di loro una figura pensierosa in abito scuro richiama Wittgenstein.
Positive Times · ImageGen · Illustrazione assistita da AI

Ludwig Wittgenstein invita a guardare con attenzione una parola quotidiana: gioco. Nelle sue riflessioni più tarde, raccolte nelle Ricerche filosofiche pubblicate nel 1953, dopo la sua morte, propone le somiglianze di famiglia. L’idea, spiegata dalla Stanford Encyclopedia of Philosophy, è che diversi esempi possano essere collegati da caratteristiche sovrapposte, senza condividere necessariamente una sola proprietà che li definisca tutti. [1]

Pensiamo alla proposta senza trasformarla in uno slogan. Una somiglianza può collegare due casi, un’altra collegarne altri due. Non è necessario che l’intera catena conservi lo stesso tratto dall’inizio alla fine. Lo studio di Richard Raatzsch sul passo dedicato ai giochi chiarisce anche un limite: questo esempio non autorizza a liquidare ogni definizione come inutile o impossibile. [3]

Esempio della redazione: inventiamo tre attività. Nella prima due squadre cercano un tesoro; nella seconda una persona sistema carte seguendo una regola; nella terza un gruppo costruisce insieme una torre, senza vincitori. Su un foglio prepariamo colonne per squadra, regola, materiali e vittoria. Non vogliamo provare tutta la filosofia con tre caselle: vogliamo accorgerci di quali confronti stiamo facendo. [1][3]

L’Internet Encyclopedia of Philosophy presenta l’attenzione di Wittgenstein all’uso del linguaggio: conta anche ciò che facciamo con le parole nelle nostre attività. Il suo riferimento ai giochi linguistici non significa che parlare sia sempre una gara. Serve a considerare pratiche e situazioni, evitando di cercare automaticamente un oggetto nascosto dietro ogni parola. È una prospettiva filosofica, non una formula sperimentale sul cervello. [2]

Proseguiamo con un esperimento editoriale. Immaginiamo che qualcuno dica «abbiamo giocato bene» dopo avere perso una partita, e qualcun altro dopo avere collaborato in un’attività senza punteggio. Prima di correggerli, chiediamo che cosa intendano. Possiamo annotare le risposte senza obbligarle a coincidere. Le due scene sono inventate dalla redazione: non episodi biografici né citazioni di Wittgenstein. La domanda utile è quale criterio ciascuno stia usando in quella situazione. [2]

Un ultimo esercizio della redazione: scegliamo una parola che usiamo spesso e raccogliamo esempi diversi prima di scrivere la definizione. Poi cerchiamo dove la prima definizione ci aiuti e dove chieda un’aggiunta. Possiamo discuterne senza dichiarare che qualsiasi uso sia automaticamente corretto. Il piccolo inventario è uno strumento per formulare domande migliori; non un esame per stabilire chi appartiene a una famiglia, né un modo di classificare le persone. [1][3]

Da portarsi viaDa ricordare: una rete di somiglianze può collegare esempi diversi; cercare un solo tratto identico non è sempre il punto di partenza migliore.

Una piccola scoperta da tenere

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Che cosa indica la somiglianza di famiglia in questa spiegazione?
Leggi le fonti (3)
  1. Ludwig Wittgenstein Stanford Encyclopedia of Philosophy · consultata il 1 ott 2026
  2. Wittgenstein, Ludwig Internet Encyclopedia of Philosophy · consultata il 1 ott 2026
  3. Philosophical Investigations 65ff: On Family Resemblance Wittgenstein Archives at the University of Bergen · consultata il 1 ott 2026

Testo e illustrazione originali realizzati con assistenza AI. Il nostro metodo editoriale

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